
Premetto che con i saggi di armocromia in genere faccio fatica.
Una mia cliente lo sa, e infatti me ne ha portato uno apposta l’altra settimana - Non sei solo una stagione.
Domina il colore, riscopri te stessa! di Lucrezia Canossa (Giacovelli Editore, 362 pagine).
L’ho letto in tre sere e poi sono tornata indietro su due capitoli che a caldo non mi erano arrivati.
Con i manuali del settore di solito non mi capita, perché non c’è abbastanza polpa per tornarci sopra. Qui invece sì.
Una piccola premessa, prima di iniziare. Io indosso un cardigan beige tre volte a settimana.
Me l’ha fatto notare mia sorella un mese fa, mica Canossa.
Però il libro, da pagina 80 in poi, mi ha aiutata a guardare quella cosa lì - il cardigan, l’abitudine, il perché - con altri occhi.
L’autrice
Lucrezia Canossa è consulente d’immagine e fondatrice del progetto ArtiziaStyle. Lavora tra Milano e Monza.
Ha un percorso un po’ atipico per il settore: prima illustrazione, poi educazione museale, poi la consulenza d’immagine vera e propria, e nel mezzo pilates e face yoga.
Detta così sembra un curriculum messo insieme con la colla - lo penso io che ci ho lavorato un po’ sopra prima di capirci qualcosa - ma a leggere il libro le cose tornano.
C’è un filo, eccome.
Ti consiglio di farci un giro prima di aprire il volume: la sua pagina di presentazione aiuta a capire da dove arriva quello che leggi.
Perché il colore, qui dentro, non è mai solo questione di estetica.
Parte dal corpo, passa per la postura, finisce nel guardaroba.
Di manuali sul tema in libreria ne trovi a chili.
Quasi tutti ti sbattono in faccia le palette Pantone e tanti saluti, oppure scivolano negli psicologismi da rivista in sala d’attesa.
Questo prova a tenere insieme colore e identità senza scegliere la via comoda, e per la maggior parte del tempo ci riesce.
La tesi
Il libro si divide in tre parti - lo specchio, la consapevolezza, la scelta quotidiana - ma in pratica gira tutto intorno a un’idea sola: l’armocromia è uno strumento, non un’identità.
Uno strumento che usi finché ti serve, poi metti via.
È una posizione coraggiosa, dentro un settore in cui molte consulenti italiane difendono le quattro stagioni e le dodici sottocategorie come fossero materia di concilio.
Ne ho viste, in certi gruppi Facebook, accapigliarsi per giorni sul fatto che una collega avesse classificato una cliente come “inverno freddo” invece che “inverno profondo”.
Cose così. È il contesto in cui Canossa scrive, ed è anche il motivo per cui certe sue pagine, lette fuori contesto, possono sembrare più radicali di quanto in realtà siano.
La presentazione dell’editore, sul sito, descrive il libro come “un viaggio dentro e fuori di te: tra colore, stile e identità”, e l’autrice stessa, nei post di lancio su Instagram, lo definisce “la guida pratica per smettere di subire la moda e iniziare a dominare la tua immagine”.
Sintesi che - di solito sono diffidente verso le sintesi promozionali - qui mi sembrano oneste rispetto a quello che si legge poi nelle pagine.
Intorno a questa idea Canossa costruisce il suo metodo, cinque passaggi che vanno dal liberarsi delle etichette al trasformare l’immagine un pezzo alla volta.
Niente promesse di rinascita in trenta giorni, niente prima e dopo. Mi è piaciuta questa onestà di partenza.
La parte che ho amato di più
Il centro del libro, sulla psicologia del colore applicata al quotidiano, è dove la cosa funziona meglio.
Le domande che pone sono concrete: perché alcuni capi mi fanno sentire un’impostora?
Perché esco con un’amica vestita più o meno come me e lei sembra “a posto” e io no?
Non sono domande nuove, ma di rado le ho viste affrontate con questa pulizia.
Provo a fare un esempio dal mio lavoro, sennò di queste cose si parla a vuoto.
Una mia cliente, avvocata penalista a Milano (era arrivata in ritardo, ricordo, scusandosi tre volte per un'udienza che si era prolungata), da anni si vestiva di grigio antracite.
In tribunale serve sobrietà, sosteneva, e ci stava.
Il problema è che il suo sottotono è caldo, e il grigio antracite su un sottotono caldo non fa sembrare sobrie. Fa sembrare stanche.
Le prime due sedute le abbiamo passate a litigare. Lei voleva restare sul grigio, io spingevo sul navy.
Alla seconda, abbastanza spazientita, mi ha detto: “io ti pago per i colori, non per la psicologia”.
Aveva ragione, in parte. Ho fatto un passo indietro e abbiamo lavorato solo sulle camicie - via il bianco ottico che le induriva il viso, dentro il color burro e l’azzurro polvere.
La giacca grigio antracite è rimasta dov’era.
Tre mesi dopo è tornata e mi ha detto che voleva provare anche le giacche.
Tutto questo per dire che il libro, su questi meccanismi, ci arriva.
Senza grandi proclami, per piccoli aggiustamenti. Esattamente come si lavora davvero.
Come è stato accolto
Ho dato un’occhiata anche fuori dal mio ambiente, perché una recensione fatta solo dal proprio orto è zoppa.
La pagina Facebook di Giacovelli l’ha lanciato presentandolo come “tra le nuove uscite” della casa editrice, con la formula “un viaggio attraverso colori, stili e identità”.
Sui canali dell’autrice, i reel di presentazione tornano spesso su una frase che è anche un po’ la bandiera del progetto: “non sei fatta per essere classificata, sei fatta per essere vista”.
Fuori contesto sembra uno slogan da Instagram.
Dentro il libro funziona, perché risponde a quella domanda molto italiana che chiunque faccia questo mestiere si è sentita rivolgere almeno cento volte: ma quindi io sono inverno profondo o inverno brillante?
Una cosa che ho apprezzato della comunicazione intorno al libro: l’autrice nei reel ripete spesso che “questo libro non è per tutte”.
Al primo ascolto mi era sembrata una mossa di marketing al contrario, di quelle furbe.
Dopo la lettura suona invece coerente: il volume presuppone una minima dimestichezza con concetti come sottotono caldo o freddo, e non finge di rivolgersi a un pubblico che non ha.
È raro, e si nota.
La voce
Sulla voce qualcosa va detto. Canossa non infantilizza chi legge, e questa per me è già una notizia.
Niente motivazionalismo da reel, niente frasi da calendario aziendale.
Il tono è asciutto, in qualche pagina al limite del severo.
Mi ha ricordato un po’ certe consulenti d’immagine americane di tanti anni fa - quelle del “vestiti per il lavoro che vuoi, non per quello che hai”, una frase che ho sempre sentito attribuire a John Molloy ma che gira in mille versioni e non ci giurerei.
La gentilezza, qui dentro, non è mai sinonimo di condiscendenza.
Dopo aver letto un po’ di letteratura del settore in italiano si capisce quanto sia una merce rara.
A chi lo consiglio
Te lo dico per categorie, perché generalizzare non serve a nessuno.
A chi ha già fatto una consulenza di armocromia e si è ritrovata in mano una palette senza sapere bene cosa farne.
A chi lavora in contesti dove l’immagine pesa - sanità, vendita, formazione, comunicazione - e cerca strumenti pratici, non teoria.
E a quel tipo di amica, ne abbiamo tutte una, che si fa domande sul guardaroba per coerenza con se stessa più che per inseguire le mode.
In sintesi
È uno dei pochi titoli, in italiano, che prova a portare il discorso un passo più in là - dal “che colori mi stanno bene” al “che persona sto cercando di diventare”.
In un genere editoriale che si ripete molto, già solo questo basta per farlo notare e per consigliarne la lettura.
L’ho prestato a una collega la settimana scorsa.
Me ne sono già ordinata una seconda copia, perché immagino che la prima non torni più a casa.



